Qualche anno fa una bellissima storia d’ amore mi portò a vivere per qualche tempo a Trieste, città dove la Storia la puoi senti pulsare in ogni luogo, in ogni strada, in ogni piazza. E si può respirare l’ atmosfera mitteleuropea, tra le statue di Sissi e l'architettura che ad ogni passo ricorda la Vienna degli Asburgo. Infatti, passeggiando tra le vie del centro, semplicemente salendo sul tram e scoprendo i dintorni di Trieste si viene catapultati indietro nel tempo. Soprattutto nel periodo di quando Trieste era il porto dell' impero asburgico. All’ epoca ero un neo-laureato con le idee poco chiare sul mio futuro ( e a distanza di qualche anno le idee continuano ad essere sempre poco chiare, a dire il vero…); tuttavia avevo deciso di continuare a studiare, approfondendo con un master la mia passione per la storia contemporanea. Vivere a Trieste, perciò, mi sembrò davvero il massimo. Nella città giuliana ci sono ancora i segni orribili dell’ odio devastante lasciato in eredità della seconda guerra mondiale, a partire dalle foibe di Basovizza per arrivare alla Risiera di San Sabba, l' unico campo di sterminio nazista presente sul territorio italiano. Decisi di visitare la Risiera una livida mattinata di gennaio. Da solo, senza nessun tipo di guida. Solitamente ci si fa l’ idea di un campo di concentramento attraverso i libri, o al massimo, con i film che ogni tanto hanno per tema quest’ argomento. Entrai. Quasi in punta di piedi. E cominciai immediatamente a toccare con mano l’ orrore. Subito dopo l' ingresso della Risiera, in una specie di sottopassaggio, infatti, si trova le "cella della morte" e le altre 17 celle dove venivano ammucchiati i prigionieri. Nella Risiera vennero soppresse e bruciate migliaia di persone (triestini, sloveni, croati, friulani, istriani ed ebrei); ma ben maggiore fu il numero di prigionieri (ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei) smistati verso altri campi di sterminio o di lavoro coatto. Entrai in una di queste celle. La luce è fioca, il senso di soffocamento è impressionante. Avverti l’ odore della morte in ogni frammento, in ogni minuscola particella della cella. Le porte e le pareti delle celle sono ricoperte di graffiti molti dei quali andati perduti : sono scritte dei prigionieri, disegni, un semplice saluto ai propri cari, una preghiera. Provo a leggerne qualcuno…con lo stupido terrore che si possa richiudere la porta della cella alle mie spalle. Decido di rientrare nel cortile. E proprio nel cortile interno della Risiera sorgeva l'edificio destinato alle eliminazioni, la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale. All' interno di questo edificio vi era il forno crematorio. Mi assale il ribrezzo di appartenere al genere umano. Il cielo plumbeo sembra volermi precipitare addosso, mentre la bora mi taglia a fettine la faccia e l’ anima. Ne ho abbastanza. Decido di andarmene. Prima di uscire scorgo una persona anziana. Prega. Con gli occhi socchiusi. Non ho mai saputo pregare,io. Per pregare ti deve sorreggere una fede e se non la possiedi diventa certo difficile farlo. Prego nei momenti difficili,io. Quando ho bisogno. Quando sto male. In maniera vigliacca,direi. Avrei voluta dirla una preghiera, prima di uscire. Invece scappo. Rientro a casa. C’è lei. “ Ciao…ma che ti e successo ? ” “ Nulla...”. Mi si avvicina, senza chiedermi niente. Mi abbraccia per lunghi minuti. Come solo lei sapeva fare.







