Mi piaceva Dubrovnik. Elegante, pulita, fresca. Il suo porto invece sa di spocchia. Così lontano dal porto della mia città. I lussuosi panfili e gli yacht ormeggiati mi stavano decisamente sul cazzo. La mattina presto passeggiavo sul lungo molo. Con tracotanza. Infantile, direi. Guardavo gli esseri che popolavano questi panfili. Signore di mezza età, donne con aristocratico disprezzo. E uomini tutti uguali. Vestiti tutti uguali. Con i pantaloni bianchi tutti uguali. Un mozzo intento a mettere in ordine un gigantesco panfilo ricambia il mio gesto di saluto. Mentre la signora attempata sorseggia distrattamente il suo drink. Mi verrebe da dire: Signò, ma non ve fasc’ ngul’, vààà. Lo scenario cambia completamente in Bosnia-Erzegovina. Appena attraversata la frontiera. Direzione Mostar. Il fiume Neretva scorre pigramente placido. Questa città la sento vicina al mio vissuto, ai luoghi della mia adolescenza. Come se ci fossi già stato. Non potrei mai perdermi a Mostar. La guida ci raccomanda di stare sempre in gruppo. Rapido cenno di intesa con il mio amico. Senti, guida, gli dico. Con il mio orribile inglese. Noi adesso ce ne andiamo per conto nostro. Lei ci guarda inorridita e sibila un.. But is dangerous! No problem, gli dico. Alle 15 saremo al punto di ritrovo. Ci addentriamo subito nella zona turca della città. Gli scugnizzi che tentano di alleggerirci non hanno nulla da invidiare a quelli della mia Città Vecchia. Sorrido, come a dire: piccolino, vuoi fregare un tarantino? It’s impossible. Altro cenno di intesa con il mio amico. Qualche euro in meno non ci manderà certo in miseria. E forse servirà a rendere migliore la giornata a chi sicuramente ha meno fortuna di noi. Una donna vestita di nero da lontano ringrazia. Un vecchio musulmano guarda la scena. Fa cenno di seguirci nella sua bottega-bazar. Ha di tutto. Un busto del maresciallo Tito; una divisa dell’ Armata Rossa; pipe; addirittura un vecchio mitragliatore Stern. Ci offre della grappa, credo distillata da lui in persona. Avrà 100 gradi, minimo. Ci mostra i segni della guerra del 1993. Muri crepati; palazzi sventrati; una granata incastonata sulla strada, a perenne memoria. Chiediamo se è possibile visitare la moschea. Ci guarda con curiosità e perplessità. Ma fa cenno di seguirci. Il custode ci domanda: “Your religion?” “Catholic” rispondo con scarsa convinzione, visto che la mia religiosità attualmente è vicinissima allo zero. Ci dice che possiamo entrare. Il minareto è affascinante. Saliamo sulla torre, dopo aver scalato una scala a chiocciola ripidissima e lunghissima. In cima, da lontano, istintivamente dico al mio amico: “ Guarda, il Ponte Vecchio.” Già, il Ponte Vecchio. Che merita un post a parte.












