Qui al Nord il mercato si svolge di venerdi. Un mercato silenzioso, amorfo, plumbeo. Un mercato avvolto da nebbia e caligine. Un mercato fantasma. No, dico, vogliamo paragonarlo al mercato di Taranto? Appena entrati al mercato della mia città, infatti, ci sono le bancarelle del pesce e subito si odono urla del tipo: “ Le cozzeeeeeeeeeeee, le cozzeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee !!!! “ Musica melodiosa per le mie orecchie. Poi c’è il reparto ortofrutta, con le bancarelle che hanno i cartelli più improbabili tipo: “ Da Peppino il pazzo oggi prezzi pazzi ” oppure “ Banane e finocchi” a cui qualche spiritoso ha aggiunto in mezzo un PER e viene fuori “ Banane per finocchi.” Ovviamente in questo mercato tutti conoscono tutti. Matrona incontrasta del mercato è mia madre, a cui è praticamente impossibile rifilare merce scadente. Naturalmente è conosciutissimo il figlio della matrona, cioè io. La fauna umana del mercato è incredibile. Ad esempio c’è zio Cataldo, il vecchietto delle olive. Che era già vecchio negli anni Ottanta (avrà forse 100 anni); appena mi vede dice: “ Uè, professò! T’ fazz’ n’ euro d’ alje piccant’ ? ( ti peso un euro di olive piccanti? ). E con un euro praticamente mi dà un chilo di olive. Roba che qui al Nord se chiedo un euro di olive ti danno al massimo un'oliva. Anzi, ti danno solo il nocciolo dell’ oliva. Di fronte a zio Cataldo trovi Nonna Antonia. La sua bancarella è ricolma di detersivi che non si trovano più da anni. Ultimamente aveva una confezione di Spic&Span, che non vedevo forse dal 1975. Poi c’è Dino, il salumiere, a cui mio padre, che fa il muratore, negli anni’ 70 ha rifinito una villa sul mare bellissima. Glielo dico sempre a mio padre: quello è stato il suo capolavoro. Dino, quando mi vede, mi regala sempre uova fresche, perché, dice lui, “ quando vai al Nord ti fai gli zabaioni e ti tieni su.” Ricordo che da piccolino un giorno al mercato mi allontanai un attimo da mia madre e mi persi. Come un pulcino bagnato e piagnucolante cominciai a vagare tra le bancarelle. Ad un certo punto mi avvicino alla bancarella di un ceffo, pieno di collane e anelli d’ oro. E di tatuaggi. E proprio sull’ avambraccio spiccava un tatuaggio (presumo fatto in galera) con su scritto: “ Mamma perdonami”. Il tizio mi guarda e fa: “ Ma tu sì Mimmetto, u figghje d’ mest’ Luciano. Aspitt’ aquà, c amò pass’ mammà e t’ ven’ a pigghie, no’ t’ pigghià velen’.” ( Ma tu sei Mimmetto, il figlio di mastro Luciano. Aspetta qui, adesso passa mamma e ti viene a prendere, non ti preoccupare). Ecco, questo è un mercato.